LIBRO PRIMO
Disposizioni generali
TITOLO IV
Dell'esercizio dell'azione

Art. 110

Successione nel processo
Testo a fronte
TESTO A FRONTE

I. Quando la parte vien meno per morte o per altra causa, il processo è proseguito dal successore universale o in suo confronto.


GIURISPRUDENZA

Successione nel processo - Proposizione del ricorso per cassazione - Prova della legittimazione - Necessità - Conseguenze.
Il soggetto che proponga ricorso per cassazione in qualità di successore, a titolo universale o particolare, di colui che era stato parte nel precedente grado del giudizio, deve non soltanto allegare la propria "legitimatio ad causam" per essere subentrato nella medesima posizione del dante causa, ma deve altresì fornirne la prova, la cui mancanza, attenendo alla regolare costituzione del contraddittorio nella fase d'impugnazione, è rilevabile anche d'ufficio, ed ha per conseguenza la dichiarazione di inammissibilità del ricorso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 Settembre 2019, n. 24050.


Processo civile - Intervento o chiamata del successore a titolo particolare ex art.111 c.p.c. - Ammissibilità in ogni grado o fase del processo - Conseguenze - Termini e forme di cui all’art. 269 c.p.c. - Applicabilità - Esclusione.
Ai sensi dell'art. 111, comma 3, c.p.c., il la chiamata non soggiace alle forme e ai termini prescritti dall'art.269 c.p.c. può intervenire o essere chiamato in causa in ogni grado o fase del processo, sicché la chiamata non soggiace alle forme e ai termini prescritti dall'art.269 c.p.c. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 26 Agosto 2019, n. 21690.


Domanda cd. supertardiva - Causa non imputabile - Accertamento di fatto - Sindacato di legittimità - Limiti - Fattispecie.
In caso di domanda cd. supertardiva di ammissione al passivo ai sensi dell'ultimo comma dell'art. 101 l.fall., la valutazione della sussistenza di una causa non imputabile che giustifichi il ritardo del creditore, implica un accertamento di fatto rimesso alla valutazione del giudice di merito, che, se congruamente e logicamente motivato, sfugge al sindacato di legittimità. (Nella specie la S.C. ha confermato la decisione del tribunale che aveva ritenuto inammissibile per tardività la domanda di insinuazione al passivo proposta dagli eredi di un dipendente della società fallita, escludendo che dalla morte del creditore cominci a decorrere un nuovo termine annuale per proporre la domanda in favore dei suoi aventi causa). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Settembre 2018, n. 21661.


Banche e intermediari finanziari - Risoluzione - Cessione di azienda bancaria di ente in risoluzione - Cessione di attività e passività - Effetti sui giudizi pendenti - Successione a titolo particolare - Fattispecie relativa alla cessione di Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.A..
In caso di cessione di azienda bancaria ai sensi dell'art. 43 del D.Lgs. n. 180 del 2015 (Risanamento e risoluzione degli enti creditizi e delle imprese di investimento), che abbia ad oggetto attività e passività della banca in risoluzione, con riferimento ai giudizi pendenti in cui si parte la cedente, ove non si verifichi l'estinzione della banca cedente non si può parlare di cessione a titolo universale ai sensi dell'art. 110 c.p.c., trattandosi invece di successione a titolo particolare ex art. 111 c.p.c. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli, 28 Aprile 2017.


Ricorso proposto da banca incorporante la cessionaria di crediti in blocco ex art. 58 del d.lgs. n. 385 del 1998 - Onere dell'impugnante di dimostrare la propria legittimazione - Condizione e contenuto - Inosservanza - Inammissibilità del ricorso.
É inammissibile il ricorso per cassazione proposto da una società che assuma di averne incorporata un'altra, cessionaria di crediti bancari in blocco, ma non produca, nonostante l'avversa esplicita contestazione, neppure successivamente al deposito del ricorso stesso, ai sensi dell'art. 372 c.p.c., alcun documento idoneo a dimostrare l'incorporazione e l'inclusione del credito oggetto di causa nell'operazione di cessione in blocco ex art. 58 d.lgs. n. 385 del 1998, avendo l'impugnante, che si affermi successore (a titolo universale o particolare) della parte originaria, l'onere di fornire la prova documentale della propria legittimazione, a meno che il resistente non l'abbia esplicitamente o implicitamente riconosciuta. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 02 Marzo 2016, n. 4116.


Tributi - Contenzioso Tributario (Disciplina Posteriore alla Riforma Tributaria del 1972) - Procedimento - Estinzione della società contribuente - Conseguenze - Interruzione del processo - Necessità - Esame del bilancio di liquidazione - Esclusione della successione dei soci - Estinzione del processo - Illegittimità.
In tema di contenzioso tributario, qualora l'estinzione della società contribuente (nella specie, società di capitali) intervenga in pendenza di un giudizio, il giudice, a fronte del venir meno della capacità della società di stare in giudizio, deve disporre l'interruzione del processo a norma degli artt. 299 e ss c.p.c., onde consentire alla parte pubblica, che ne abbia interesse, di riassumerlo nei confronti dei soci subentrati alla società estinta ai sensi del combinato disposto degli artt. 2495 c.c. e 110 c.p.c., non potendo escludere la possibilità del fenomeno successorio in base al solo esame del bilancio di liquidazione. Cassazione civile, sez. VI, 09 Ottobre 2015, n. 20358.


Fallimento - Opposizione a sentenza dichiarativa di fallimento - Legittimazione dell'amministratore di società di capitali - Legittimazione all'impugnazione - Qualità di parte - Necessità.
L'articolo 18 legge fall., attribuendo a qualunque interessato la facoltà di proporre opposizione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, consente di riconoscere la relativa legittimazione, iure proprio, anche all'amministratore di una società di capitali, il quale, pur non essendo direttamente assoggettato al fallimento, in virtù dell'autonoma soggettività giuridica di cui è dotata la società, è portatore di un interesse concreto ed attuale alla rimozione della relativa pronuncia, per gli effetti che possono derivarne a suo carico sia sul piano morale che su quello patrimoniale, in relazione all'eventuale contestazione di reati o alla proposizione di azioni di responsabilità, per i quali sia tenuto a rispondere personalmente, nonché alle particolari restrizioni previste nei suoi confronti del combinato disposto degli articoli 49 e 146 legge fall. Tale interesse, pur consentendogli non solo di proporre opposizione alla dichiarazione di fallimento emessa nei confronti della società, ma anche di spiegare intervento nel giudizio di opposizione promosso da quest'ultima, per sostenere le ragioni da essa fatte valere, non gli attribuisce tuttavia, nel caso in cui non sia stato egli stesso a promuovere il giudizio, la posizione di soggetto legittimato ad impugnare la relativa sentenza: qualora vi abbia partecipato, il suo intervento è infatti riconducibile non già al primo, ma al secondo comma dell'articolo 105 c.p.c. e gli consente pertanto di aderire all'impugnazione proposta dalla società fallita, ma non di impugnare autonomamente la sentenza emessa nei confronti di quest'ultima, dove essa non abbia esercitato la relativa facoltà o abbia prestato acquiescenza alla sentenza impugnata; nel caso in cui non abbia partecipato al giudizio, la sua legittimazione all'impugnazione non è invece ricollegabile agli articoli 110 e 111 c.p.c., non rivestendo egli la qualità di successore a titolo universale o particolare della società fallita, con la conseguenza che trova applicazione la regola generale secondo cui la qualità di parte legittimata a proporre appello o ricorso per cassazione, come a resistervi, spetta esclusivamente ai soggetti che abbiano formalmente assunto la veste di parte nel primo precedente grado di giudizio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 02 Ottobre 2015, n. 19727.


Processo civile – Cancellazione della Società − Estinzione della Società – Bilancio finale di Liquidazione − Successione – Interesse ad agire.
Ai sensi dell’art. 2495 cod. civ. le obbligazioni residuanti in capo alla società estinta per effetto della cancellazione dal registro delle imprese si trasferiscono ai soci, che ne rispondono solo nei limiti di quanto riscosso in base al bilancio finale di liquidazione. Nell’ipotesi in cui il limite di responsabilità posto dall’art. 2495 cod. civ. renda evidente l’inutilità dell’azione nei confronti del socio ciò può al limite riflettersi sul requisito dell’interesse ad agire ma non sulla legittimazione processuale del socio stesso.

Nel caso in cui, a seguito dell’approvazione del bilancio finale di liquidazione, nessuna attività residua venga ripartita a favore dei soci, la parte attrice che riassume il giudizio nei confronti di questi ultimi risulta carente di interesse ad agire. (Vincenzo d'Ambra) (Maria Giulia Musardo) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia, 23 Luglio 2015.


Società di capitali - Cancellazione della società dal registro delle imprese - Effetti - Estinzione della società - Conseguenze - Difetto di legittimazione processuale - Inammissibilità del ricorso per cassazione proposto dal legale rappresentante della società - Sussistenza.
Poiché la cancellazione dal registro delle imprese, avvenuta in data successiva all'entrata in vigore dell'art. 4 del d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 (che ha attribuito a tale adempimento efficacia costitutiva), determina l'immediata estinzione della società di capitali, indipendentemente dall'esaurimento dei rapporti giuridici ad essa facenti capo, deve ritenersi inammissibile - per carenza di capacità processuale ex art. 75, terzo comma, cod. proc. civ. - il ricorso per cassazione proposto dal liquidatore di una società che sia stata cancellata dal registro delle imprese in epoca posteriore alla data suddetta, difettando la stessa di legittimazione sostanziale e processuale, trasferitasi automaticamente ai soci ex art. 110 cod. proc. civ., sia stato dichiarato o no l'evento interruttivo, nel processo in corso, dal difensore della società. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 24 Luglio 2014, n. 16974.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - In genere - Chiusura del fallimento - Effetti processuali - Procedimenti pendenti - Subentro del fallito tornato "in bonis" - Configurabilità - Giudizio di cassazione - Applicabilità del principio - Sussistenza

Procedimento civile - Interruzione del processo - In genere - Chiusura del fallimento - Effetti processuali - Procedimenti pendenti - Subentro del fallito tornato "in bonis" - Configurabilità - Giudizio di cassazione - Applicabilità del principio - Sussistenza
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Nel giudizio di cassazione, così come è consentito al successore a titolo universale di una delle parti già costituite di proseguire il procedimento (atteso che l'applicazione della disciplina di cui all'art. 110 cod. proc. civ. non è espressamente esclusa per il processo di legittimità, né appare incompatibile con le forme proprie dello stesso), a maggior ragione deve ritenersi possibile la prosecuzione del processo iniziato dal curatore fallimentare da parte dell'imprenditore tornato "in bonis", visto che la chiusura del fallimento, pur privando il curatore della capacità di stare in giudizio, non comporta una successione nel processo, bensì il mero riacquisto della capacità processuale in capo al soggetto già dichiarato fallito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 23 Settembre 2013, n. 21729.


Società di capitali - Cancellazione della società dal registro delle imprese - Effetti - Estinzione della società - Conseguenze - Difetto di legittimazione processuale - Inammissibilità del ricorso per cassazione proposto dal legale rappresentante della società - Sussistenza.
Poiché la cancellazione dal registro delle imprese, avvenuta in data successiva all'entrata in vigore dell'art. 4 del d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 (che ha attribuito a tale adempimento efficacia costitutiva), determina l'immediata estinzione della società di capitali, indipendentemente dall'esaurimento dei rapporti giuridici ad essa facenti capo, deve ritenersi inammissibile - per carenza di capacità processuale ex art. 75, terzo comma, cod. proc. civ. - il ricorso per cassazione proposto dal liquidatore di una società che sia stata cancellata dal registro delle imprese in epoca posteriore alla data suddetta, difettando la stessa di legittimazione sostanziale e processuale, trasferitasi automaticamente ai soci ex art. 110 cod. proc. civ., sia stato dichiarato o no l'evento interruttivo, nel processo in corso, dal difensore della società. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 09 Aprile 2013, n. 8596.


Cancellazione della società dal registro delle imprese - Effetti - Estinzione della società - Conseguenze - In ordine alla capacità di stare in giudizio della società estinta e ai suoi rapporti processuali pendenti.
La cancellazione della società dal registro delle imprese, a partire dal momento in cui si verifica l'estinzione della società cancellata, priva la società stessa della capacità di stare in giudizio (con la sola eccezione della "fictio iuris" contemplata dall'art. 10 legge fall.); pertanto, qualora l'estinzione intervenga nella pendenza di un giudizio del quale la società è parte, si determina un evento interruttivo, disciplinato dagli artt. 299 e ss. cod. proc. civ., con eventuale prosecuzione o riassunzione da parte o nei confronti dei soci, successori della società, ai sensi dell'art. 110 cod. proc. civ.; qualora l'evento non sia stato fatto constare nei modi di legge o si sia verificato quando farlo constare in tali modi non sarebbe più stato possibile, l'impugnazione della sentenza, pronunciata nei riguardi della società, deve provenire o essere indirizzata, a pena d'inammissibilità, dai soci o nei confronti dei soci, atteso che la stabilizzazione processuale di un soggetto estinto non può eccedere il grado di giudizio nel quale l'evento estintivo è occorso. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 Marzo 2013, n. 6070.


Liquidazione coatta amministrativa di istituto di credito - Cessione ad altra banca di attività e passività o dell'azienda (art. 90 T.U. bancario) - Effetti con riguardo alle posizioni debitorie - Mutamento soggettivo del rapporto - Configurabilità - Natura - Successione a titolo particolare.
In caso di liquidazione coatta amministrativa di un istituto di credito, la cessione ad altra banca di attività e passività, aziende, rami d'azienda, beni e rapporti giuridici individuali in blocco, ai sensi e nel vigore dell'art. 90, comma secondo, del D.Lgs. 1° settembre 1993, n. 385, comporta, per le posizioni debitorie, ove si determini liberazione dell'originario obbligato, un mutamento soggettivo del rapporto, qualificabile come successione a titolo particolare, come tale ricadente nella disciplina dell'art. 111 cod. proc. civ., e non a titolo universale, atteso che detta cessione, per quanto possa segnare il passaggio della titolarità di un complesso di posizioni attive o passive, od anche dell'intera azienda, non determina il venir meno della banca cedente, ne' si correla ad alcun fatto estintivo, rimanendo la banca medesima in vita, pur se sottoposta alla procedura liquidatoria. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 Gennaio 2003, n. 875.